
La corsa al Bitcoin negli USA sta assumendo dimensioni sempre più rilevanti. Ben 19 Stati americani hanno avviato l’iter legislativo per creare una riserva in asset digitali, con un potenziale impatto economico enorme. Se tutte le proposte venissero approvate, si stima che gli acquisti potrebbero toccare i 23 miliardi di dollari, secondo l’analisi della società di gestione VanEck.
Il quadro normativo
Il percorso verso l’adozione del Bitcoin come riserva statale è ancora in fase iniziale, con risultati differenti a seconda dello Stato:
Utah e Arizona sono tra i più avanti nel processo legislativo. Nel primo caso, la proposta ha già ottenuto l’approvazione della Camera dei rappresentanti ed è ora in attesa del voto del Senato e della firma del Governatore. In Arizona, lo Strategic Bitcoin Reserve Act ha passato il vaglio della Commissione Finanze del Senato e attende l’ok della Camera.
Altri Stati come il North Dakota e il Wyoming hanno invece già bocciato le proposte, con votazioni che hanno respinto l’idea di una riserva in criptovalute.
L’elenco degli Stati coinvolti è lungo: dall’Arizona alla Florida, passando per il Missouri, l’Ohio, il Sud Dakota, il New Mexico, il Montana, il Texas e lo Utah. Non è detto però che tutte le iniziative legislative abbiano successo.
Il ruolo della politica e l’influenza di Trump
L’accelerazione normativa sul Bitcoin è strettamente legata al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Durante la sua campagna elettorale, l’ex presidente aveva ipotizzato la creazione di una riserva federale in criptovalute. Il suo primo provvedimento esecutivo in materia di cripto non ha portato a passi concreti in questa direzione. Per ora infatti, è stato solo istituito un gruppo di lavoro che dovrà valutare l’introduzione di una riserva strategica.
Non è la prima volta che Trump cambia opinione sul Bitcoin. Solo pochi anni fa lo definiva una “truffa”, mentre oggi lo promuove come strumento strategico. Questo atteggiamento lascia aperte molte domande: porterà davvero alla creazione di una riserva federale o si fermerà prima di concretizzare la sua retorica?
Bitcoin come nuovo bene rifugio?
Uno dei motivi principali dietro l’interesse di questi Stati è la ricerca di un asset alternativo all’oro per proteggersi dall’inflazione. Il Bitcoin viene sempre più considerato una forma di “oro digitale“, grazie a due caratteristiche fondamentali:
Offerta limitata a 21 milioni di token, che impedisce un’inflazione incontrollata.
Meccanismo dell’halving, che riduce periodicamente la quantità di nuovi Bitcoin immessi sul mercato, rendendolo un asset potenzialmente deflattivo, ovvero la sua disponibilità non aumenta in modo illimitato, e anzi tende a essere sempre più scarsa.
Negli ultimi anni, la crescente instabilità economica e l’aumento dell’inflazione negli USA hanno spinto sempre più investitori e istituzioni a guardare al Bitcoin come alternativa alle riserve tradizionali.
Se da un lato l’ondata legislativa pro-cripto sembra inarrestabile, dall’altro non tutti i tentativi stanno avendo successo. Stati come la Pennsylvania e il North Dakota hanno già bocciato le proposte, dimostrando che non tutti i repubblicani sono allineati sull’uso del Bitcoin come riserva strategica.
Il dibattito è quindi ancora aperto: i 19 Stati riusciranno a trasformare il Bitcoin in un asset fondamentale per le loro riserve? Oppure la politica, come spesso accade, prenderà un’altra direzione?